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L’epifania di Joyce

Joyce
Ignora collegamenti di navigazioneHome > Schede approfondimento > Le epifanie di Joyce lunedì 18 giugno 2018
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Le epifanie di Joyce
Un caso pietoso
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L’opera in cui Joyce introduce il concetto di epifania s’intitola Gente di Dublino, ed è una raccolta di quindici novelle pubblicata nel 1906 sul settimanale The Irish Homestead, in cui ciascuna mette in scena l'universo interiore di un abitante della città, passando dalla prima alla terza persona per sottolineare il momento dell’estraneamento del soggetto dalla realtà e la conseguente immersione nella propria coscienza.
I protagonisti del libro sono persone di Dublino e vengono narrate le loro storie di vita quotidiana. A dispetto della banalità del soggetto, il libro vuole focalizzare la propria attenzione su due aspetti, comuni a tutti i racconti: la paralisi e la fuga.
La prima è principalmente una paralisi morale, causata dalla politica, dalla cultura e dalla religione dell'epoca che è rappresentata nei racconti attraverso una paralisi fisica e psicologica o attraverso la descrizioni di luoghi immobili, vetusti.
L’acquisizione, da parte dei protagonisti, della consapevolezza di questa paralisi è il punto culminante del racconto, l’epifania. Un’epifania è un’improvvisa rivelazione spirituale causata da un gesto, un oggetto, una situazione quotidiani, banali che il protagonista sperimenta in un momento di crisi e che si rivela di importanza fondamentale nella sua vita.
E’ una specie di punto di non-ritorno, dopo il soggetto non vede più le cose con gli occhi di prima. Per Joyce, l’epifania svela i significati più profondi dell’esistenza, ci porta oltre l’apparenza delle cose, ed è il punto centrale, la chiave del romanzo. E’ l’improvvisa folgorazione che identifica dei particolari momenti di intuizione improvvisa presenti nella mente dei personaggi; è un momento in cui un'esperienza, sepolta da anni nella memoria, sale in superficie nella mente riportando tutti i suoi dettagli e tutte le sue emozioni.
E’ quello che accade quando fissi a lungo un’immagine senza distogliere lo sguardo: dapprima tutto si annebbia, ma all’improvviso si delinea in maniera nitida una realtà che è sempre esistita ma che non era stata percepita.
La naturale reazione al senso di oppressione provocato dalla paralisi e alla successiva presa di coscienza, è la fuga, l’esilio, che quasi tutti i suoi personaggi tentano, senza successo. Nessuno riesce a tagliare completamente i ponti col proprio mondo: né a cominciare altrove una nuova vita, né a liberarsi dall’oppressione e dalla paralisi psicologica.
La tecnica narrativa utilizzata da Joyce nei suoi romanzi è il flusso di coscienza, utilizzato per rappresentare i pensieri dei personaggi liberamente, così come si presentano nella loro mente, prima di essere selezionati e logicamente organizzati in frasi dalla coscienza, dalla parte consapevole e razionale della mente. Non c’è mediazione del narratore. Grammaticalmente, questo stile è caratterizzato da carenza di punteggiatura, parole provenienti dai campi semantici più disparati, inventate.
In comune con i Romantici, Joyce ha l’esotismo, inteso come una fuga dalla realtà, che può essere temporale o spaziale, e che può andare verso un luogo esotico o comunque lontano da quello di appartenenza, oppure in un'epoca diversa da quella reale. Il tempo e lo spazio sono visti soggettivamente, non più oggettivamente. Attraverso il flusso di coscienza, il personaggio può restare fisicamente fermo, e muoversi con la mente a proprio piacimento nel tempo e nello spazio, le dimensioni spaziali e temporali perdono consistenza materiale.
Un caso pietoso Top
In «Un caso pietoso», l'epifania joyciana si manifesta attraverso una serie di "rivelazioni" casuali dalla lettura dell'articolo di giornale che riferisce della morte della signora Sinico all'ascolto del «cadenzato rumore» del treno notturno che si dilatano, a poco a poco, nella coscienza del protagonista, fino a metterlo in contatto, quasi, con la donna morta: «sembrava essergli vicina nell'oscurità. In certi momenti gli pareva di sentirne la voce all'orecchio, di avvertirne il tocco della mano nella sua».
La seconda parte del racconto joyciano ancora la sequenza temporale alla sera in cui Duffy legge la notizia della morte dell'ex amica, dopo un salto di quattro anni, e scatena il meccanismo epifanico dando il senso di una "improvvisa rivelazione" alle percezioni del personaggio. In questo contesto, anche i dettagli materiali, a cui Joyce è sempre molto attento, acquistano una risonanza simbolica. Così, mentre Duffy legge e rilegge la notizia del "caso pietoso" davanti a un piatto di carne di bue in scatola e di cavoli, « il cavolo cominciava a depositare un grasso freddo e biancastro», come la coscienza in putrefazione del"'eroe" joyciano.
I due momenti, quello "oggettivo" della banale cronaca giornalistica, e quello "soggettivo" ed epifanico che segue i movimenti della coscienza di James Duffy, nel passaggio dalla sorpresa alla ripugnanza, dall'autocommiserazione alla consapevolezza della solitudine, suggeriscono la volontà dello scrittore di creare una forma narrativa duttile e lontana da ogni schema ottocentesco.
Simone Testa - www.monci.it